Mercoledì, Febbraio 20, 2019
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Riccardo Jannuzzi, lo ricordava come un “giovine di ottimi costumi che esercitava con lode e soddisfazione pubblica la professione di Architetto Civile”

È quasi naturale per chiunque si rechi in una qualsiasi città d’arte assumere la tipica andatura “a naso in su” per le vie dei centri antichi o storici, per ammirare de visu quei monumenti contemplati soltanto sui libri. Altrettanto naturale è avere un atteggiamento diametralmente opposto nella città in cui si vive abitualmente, per la fretta, il disinteresse o la non conoscenza, eppure ci sono luoghi legati a personaggi del nostro passato che meritano attenzione.

Nella città di Andria, per esempio, forse non tutti sanno che la Cattedrale, il Convento di Santa Maria Vetere, la Chiesa di Santa Maria dell’Altomare, la facciata del Palazzo Comunale, il Palazzo Ceci in Piazza Catuma e Casa Losito sono strettamente connessi alla figura dell’architetto Federico Santacroce.

Ma chi è Federico Santacroce? Federico, Gaetano, Donato Francesco Paolo Santacroce nacque a Barletta il 2 settembre 1814 da Giuseppe e Beatrice Campanile, in una famiglie benestante e di antica tradizione. Sposato due volte, fu fortemente provato dalla morte dei suoi sei figli, deceduti tutti in tenera età. Morì a Barletta il 20 dicembre 1882 dove è sepolto in una sobria tomba comunale. Le scarse notizie biografiche possono essere integrate dai suoi progetti e dalle sue opere, testimonianze del suo modo di operare ma anche di essere.

 Uno dei sindaci di Andria, Riccardo Jannuzzi, lo ricordava, infatti, come un “giovine di ottimi costumi che esercitava con lode e soddisfazione pubblica la professione di Architetto Civile” senza, in realtà, aver conseguito un regolare corso di studi. Nel 1843, grazie ad un Real Rescritto, cioè una breve risposta data dai Principi e dai maggiori ufficiali in seguito a suppliche o a proposte, ottenne la Laurea in Architettura dispensandosi dagli esami con la motivazione di “antico esercente”.


È curioso sapere che ai primi dell’Ottocento l’ingegnere era un tecnico tenuto in una condizione di inferiorità al punto che ne risultava incerta persino la stessa definizione professionale. Con la nascita del Real Corpo degli Ingegneri di Ponti e Strade, istituito nel Regno di Napoli nel 1808, l’ingegnere diventava, anche nel Mezzogiorno, un funzionario ed il suo lavoro acquistava rilevanza.

Nei piccoli centri del Regno di Napoli ingegnere era ritenuto chi costruiva materialmente gli edifici. Uno di questi ingegneri era il Santacroce, il quale, probabilmente più fortunato o semplicemente più capace di altri, frequentò fin dal 1832 la Scuola di Architettura diretta dall’Architetto bitontino Luigi Castellucci dal quale colse le influenze del linguaggio neoclassico.

La prestigiosa Scuola di Architettura della Napoli capitale del Regno borbonico, dalla fine del Settecento all’Ottocento, realizzò opere insigni di rilevanza europea legate ai nomi, per citarne alcuni, di Luigi Vanvitelli (Reggia di Caserta), di Antonio Niccolini (Teatro S.Carlo a Napoli), di Francesco Saponieri e del Castellucci. È a questa scuola che il Santacroce attinse la singolare capacità tecnica ed estetica il cui segno è evidente in particolare nelle opere lasciate ad Andria e a Barletta. Essa, sviluppatasi ad opera di Francesco Saponieri, cercava di esprimersi in uno stile che partendo dal neoclassicismo sfociasse in un pratico eclettismo, da applicare non solo ad opere monumentali, ma, dato il nuovo clima politico-ideologico dell’Illuminismo borghese, anche e specialmente in opere pubbliche di interesse sociale e culturale come, per esempio, il Palazzo Comunale, il Teatro, la Scuola, l’Ospedale e il pubblico mattatoio.

 Ed è sotto questo profilo che il Santacroce è chiamato a svolgere un’intensa attività che va dall’architettura religiosa a quella civile in Andria e che interessa due opere barlettane: il macello comunale e il restauro del Teatro Curci a  cui è legato il prestigio del suo nome.


Dopo restauri, esposizioni e nomine, nel 1839 si trasferì a Bitonto dove, fino al 1846, collaborò con il Castellucci alla direzione dei lavori per la costruzione dell’Orfanotrofio Provinciale. Nel 1857, sempre grazie ad un Real Rescritto, fu approvata la sua iscrizione all’Albo degli Architetti Giudiziari della Gran Corte Civile di Trani, da lui richiesta fin dal 1851.

Nel 1873 viene nominato Architetto Comunale di Andria, sotto compenso di millesettecento lire annue, con il compito di elaborare in tre anni “un piano livellatore e regolatore” della città. Per questo lavoro impegnativo fissò la sua residenza ad Andria.

La sua capacità nella realizzazione di opere stradali, idrauliche e fognanti in Andria è un aspetto non secondario se si vuole capire come una città si evolva attraverso gli eventi storico-politici.

Ricordiamo, infatti, che l’epoca in cui visse Federico Santacroce, nota come “età ferdinandea”, riferita a Ferdinando II di Borbone, fu un periodo ricco di trasformazioni e di innovazioni edilizie e urbanistiche durante il quale si verificarono una sorprendente espansione urbanistica fuori le antiche mura di cinta e un’intensa attività sia nel campo dell’edilizia pubblica che in quello dell’edilizia privata civile in seguito agli espropri dei latifondi feudali e alle confische dei terreni ecclesiastici con conseguente acquisto, a prezzi irrisori, da parte principalmente di famiglie borghesi che costituirono, in questo modo, cospicue proprietà.

Queste notizie rappresentano solo una piccola parte di ciò che si può cogliere soffermandosi ad osservare un edificio storico, se solo si adottasse la consuetudine di camminare a naso in su anche nelle nostre città!

 

 FONTI BIBLIOGRAFICHE
T. D’Avanzo, Federico Santacroce, l’attività dell’architetto tra Andria e Barletta,  a cura della Fondazione S. Andrea,1993.